grilliperlatesta.


Non scrivo qui da un sacco

Sono viva. Io ci sono.


Da quando non ci sei

(c) Jodie Dee McGuire

 

Da quando non ci sei ho (quasi) imparato a mettere lo smalto sulle unghie.
Sono stata a Londra.
Ho parlato con quella persona con cui avevi litigato tu.
Ho letto un sacco di libri, il più bello l’ho letto per caso.
Ho deciso di ritornare a fare quel viaggio di agosto.
Ho iniziato a cercare casa.
Ho finito di mangiare il cioccolato.
Ho pregato tanto.
Ho riso tanto.
Ho pianto pure.

Da quando non ci sei dentro ho un buco.


Sono una persona calmaetranquilla.

Io non sono ansiotica.

Io sono una persona calma e tranquilla io.

Del tipo che se devo partire non controllo ottomila volte di aver preso il biglietto. Assolutamente. 

Non sogno che l’aereo si schianti, che al controllo di sicurezza mi scambino per un ambiguo trafficante di cioccolata illegale. Ha niente da dichiarare? Si, un toblerone

Sono razionale, preparo tutto per tempo e spunto una lista di cose da fare. Non supero mai i pesi consentiti, al massimo aumento di taglia. Sono una persona calmaetranquilla. Io.

Sono anche una gran bugiarda. Lo dico così, per dire.

(Buon viaggio, Stella)


Occhiaperti.

Vorrei saper vedere sempre la bellezza del mondo. Vorrei saper gioire di quello che ho: una vita, un cuore, i polmoni per respirare.

E queste mani. Quante cose si possono fare con le mani? Vorrei imparare a cucinare, a consolare, ad abbracciare.

Vorrei imparare a non chiedere, ad accogliere.

Vorrei avere pazienza, tanta.

Vorrei il tempo. E vorrei prendermi meno sul serio. Oh.


Libera nos a malo.

Mi sento al sicuro solo qui. Nella penombra di una Chiesa. Mi nascondo nell’angolo più buio, lo sguardo fisso verso la Croce.

Deve esserci qualcosa di sbagliato in me. Ho un bisogno tanto profondo di essere amata da desiderare qualcuno che non mi vuole, che di me non sa che farsene. Continuo a guardare il cellulare quando sono fuori da qui, aspettando quelle tre, quattro parole che scioglierebbero tutti i miei nodi “Ciao, stellina. Come stai?”. E invece niente. E questo silenzio mi fa male, sempre.

In questa Chiesa trovo pace. Guardo la Croce e mi vergogno di me, delle mie debolezze. Mi vergogno del mio amore così grande e così inutile. Inutile come me.

So che non sono da sola, so che se è capitato tutto questo è perché sto andando da qualche parte, so che devo avere pazienza e fiducia. So che non dovrei valutare me stessa in base al giudizio di un uomo. So che non ho colpa.

Eppure vorrei smettere di stare male, mangiarlo questo cuore, farlo a pezzettini così come lui sta sbranando me. Io non ce la faccio più, sono stanca, Signore. Tienimi per mano tu, perché non so cosa fare, non voglio più vivere così e questa è una prova troppo grande per me e io da sola non ce la faccio.


Ho rischiato di morire almeno un milione di volte

Ho rischiato di morire almeno un milione di volte. Un paio solo nell’ultimo mese: ero in precario equilibrio su una scala quando sono crollate due mensole piene di libri e per poco non venivo travolta. In macchina un cretino mi ha tagliato la strada e se non inchiodavo beh, magari proprio trapassare no, però un po’ di male me lo facevo. Penso che sia un periodo di superlavoro per il mio angelo custode, poveretto. Ho rischiato di morire anche nascendo, e sono stata indecisa sul da farsi per un po’ di settimane.  Sono nata in anticipo e troppo piccolina. E

Foto di Mauro Sartori su Flickr

mi vien da riflettere sul fatto che ci sentiamo giganti, prepotenti e sicuri, ma siamo appena chiuaua, in precario, delicato, equilibrio. Siamo mucchi d’ossa, in fondo. Non è dato di sapere quanto tempo ci resta.

Il tempo, ecco il punto: il tempo è il dono, tanto più prezioso perché non siamo, noi, eterni. Oggi il cielo è così limpido che si vedono le montagne, anche da qui, da Busto Arsizio, Varese, vicino Malpensa. E io mi sento grata perché esisto, perché sono un mucchio di cellule in un punto di questo universo.

Vorrei fare in modo che questo tempo che mi è stato regalato senza che io facessi nulla per meritarmelo sia speso bene. Mia mamma direbbe che un buon modo per impegnarlo con profitto sarebbe smaltire la pigna di panni da stirare, ad esempio. 

Io credo che il tempo usato meglio sia quello regalato agli altri. Ma più di questo non so dire di me.

La pianto e vado a mettere su l’acqua per la pasta. Cercando magari di non avvelenare nessuno…


Non bisogna fare cose pericolose.

Mentre la vedo arrivare mi preoccupo. La mia Amica ha una faccia tirata, pare la sfoglia di una pizza. Ha la schiena bloccata, si muove a scatti, con la fluidità di robocop. Lo spirito da crocerossina che abita dentro di me ha un singulto quando nota i suoi occhioni sgranati e spersi: “O amica, quale guaio ti attanaglia? Cervicale? Reumatismi? Ginocchio della lavandaia? Cosa?” domando.

L’Amica, pallida e contrita, sussurra, con la voce rotta dal dolore: “Stella, tu-non-sai-che-mi- è- capitato”. L’Amica è un fiume in piena, non posso fermare il suo orrendo racconto: 

“Sabato mattina volevo rilassarmi, capito? rilassarmi! e allora ho pensato bene di andare in palestra. Non avevo voglia di fare il giro degli attrezzi, saicheppalle, e allora mi sono infilata nella sala corsi”. 

A questo punto fa una pausa di silenzio… trattiene a stento le lacrime. 

“Stella, hanno messo l’orario estivo e E IO NON LO SAPEVO. Pensavo di fare il corso di ginnastica dolce, con quei cari, simpatici vecchiettini anchilosati, dominati dall’artrosi. E invece… “.

” E invece?” chiedo io

“E invece c’era il corso di Booth Camp!” spiega

“Non so cosa sia il Bootcoso”, ammetto, facendo sfoggio di ignoranza bovina. 

“E non lo sapevo nemmeno io” Stella, l’istruttore era un pazzo, un pazzo vero! Credeva di essere a Guantanamo! Mi ha fatto fare mille flessioni, ottomila piegamenti, si è messo sopra di me, e pesava centocinquanta kg, come un pianoforte a muro!! Stella, l’ho pregato, l’ho supplicato di smettere, gli ho detto che avevo mal di stomaco, che l’acido lattico si era impossessato di me, che avevo l’orticaria, il cimurro, la lebbra, ho consultato il Centro delle Malattie  rare per millantare una sindrome incurabile e contagiosa ma lui… annusava la mia paura, come fanno i cani! E ne rideva, beffardo! “.

“Dopo un’ora ho scritto il mio testamento, ho visto dei miraggi, e sono uscita, infine, dalla sala corsi strisciando sui gomiti. Ora capisco perché erano solo in due al corso….” – continua l’Amica, il volto teso in una maschera di dolore – ma, Stella, io ora ho paura, tanta paura:

L’istruttore pazzo mi ha detto, salutandomi: ‘Ti aspetto qui la settimana prossima’!

Io non ho potuto fare altro che detergere la fronte della mia amica, abbracciarla e dirle: “O amica, non scordarlo mai: la ginnastica è una roba pericolosa, pericolossima!!” 


Ex, questi (s)conosciuti.

Se stiamo insieme ci sarà un perché”, cantava Riccardone Ricciolone Cocciantone.  Si, si ma anche se ci siamo mollati il perché non manca. 

Foto di Mhir* su Flickr

Sono un habitué nelle relazioni sentimentali, agli uomini mi affeziono. Sono un po’ come le scarpe, per me, i maschi. Mi piacciono le scarpe consumate, fruste. Fatico ad adattarmi al nuovo. Quindi, quando capita di imbattermi in un ex moroso non posso che essere turbata: o che ansia. O che angoscia. O che oca, io sono. l’incontro è casuale mi scannerizzo all’istante,con sguardo impietoso. Augurandomi di essere vestita come una strafiga, Di essere truccata, sorridente e splendente. Di solito ho le occhiaie fino alle ginocchia e sono addobbata come la casalinga di Voghera dopo una puntata al Supermercato di sabato mattina, con l’ascella pezzata.

Se l’incontro è programmato mi sistemo bene, per dare l’impressione che “Io-senza-di-te-sto benissimo”. Poi lo vedo, lui. L’ex moroso. E non so se è un crudele scherzo del mio orologio biologico, ma l’esemplare maschio che pochi mesi fa avevo giudicato “inadatto”, “inappropriato”,”inopportuno” mi pare meraviglioso in quelle due ore. Splendido, simpatico, interessante. 

Il mio unico neurone viene ottenebrato dai feromoni e non rimembra il motivo per cui ci siamo mollati. Basterebbero quattro o cinque ore in più per ricordarseli tutti, i motivi. Per riconoscere il fatto che se anche lui ha cambiato taglio di capelli, ha perso quei chili di troppo e ha messo addosso quel sorriso furbo da “non sai che ho combinato”, non ha cambiato modello di cervello perché il cervello non te lo sostituiscono, nemmeno se il tuo è a kilometri zero.

Quindi, io ho capito che agli ex morosi sono allergica. Perché la minestra riscaldata, in fondo, non è buona.


La teoria del salmone

E’ come con il salmone. Mi lavo le mani dopo averlo toccato, con acqua, acqua e sapone, acqua e limone, ma niente, niente, mi sembra che l’odore del pesce mi resti appiccicato alle dita per ore. Controvoglia. Devo smetterla di cucinare il salmone, mi dico. O di comprare quelle scatolette di quasitonno che basta aprirle e rovesciarne il contenuto molliccio sulla pasta o nella scarola. Potrei passare all’acquaragia. O dire stop, al salmone.

Ma poi finisce che al salmone non rinuncio. E tu, tu mi resti addosso. Sei nelle pieghe della mia testa, capito, dimentico tutto, sono distratta, mi dimentico di farmi fare la ricetta dal dottore per le medicine, ma non dimentico la forma delle tue mani, il profilo della tua nuca quando guidi, conosco i gusti di gelato che ti piacciono e i libri preferiti. Spenderei ogni secondo della mia inutile vita per farti felice.

Sono serena solo con te: vorrei potermi mettere vicino a te per un tot di tempo e dormire, quanto tempo è che non faccio un sonno più lungo di quattro ore? Quanti mesi sono? Dovresti venirmi vicino e appoggiare la mano fresca sui capelli, come si fa con i bambini, e lasciare che il sonno mi prenda e mi porti via da queste cose brutte che vedo.

Ma forse, temo, non riuscirei a dormire nemmeno se tu fossi accanto a me: avrei troppa paura di non trovarti più al mio risveglio. Come qualche volta capita ai bambini.

Foto di Shoebappa Su Flickr


veleno

Che cosa mi hai fatto, amoremio. Che cosa, dimmi?

Mi hai avvelenato l’aria, mi hai tolto la luce? Ora che non ci sei resto qui, una pietra sui polmoni, un macigno, incapace di sollevare bene il petto per respirare.

Perché non mi hai uccisa, amoremio?

Mi sono vista fredda, composta, con il tuo rosario tra le dita e gli occhi chiusi. Mi guardavo, spenta, e non sentivo piangere intorno a me ma solo un piano senso di pace.

Era solo un sogno: sono ancora qui, ancora viva. 

Ancora.