“Ci pensa la mamma a te”
La mia zitellaggine inquieta molto la mia famiglia, al punto che spesso diventa un argomento di dibattito: “E’ così brava, ma perché non trova un bravo ragazzo, eh?” si domandano costantemente mia nonna, mia madre e le sue sorelle. E’ più facile scoprire se ci sono altri mondi abitati oltre al nostro che rispondere a questo quesito.
Oggi la mia mamma s’è svegliata con un sorriso sghembo e uno strano luccichio negli occhi: “Stella, vai al lavoro oggi?”
“No, mamma, ho deciso che posso vivere a pane e acqua, non mi serve lavorare”
“Sempre la solita spiritosona. Ti accompagno io in stazione”.
“Mamma, sono dieci minuti a piedi, non serve”:
“Dai che facciamo colazione insieme”.
Di fronte alla prospettiva consolatoria del cibo crollo e accetto il passaggio. Vedo che lei si lancia sulla nostra macchina con un’energia inconsueta, si piazza al volante rombando. Sembra alla partenza del Gp di Monza. Salgo in macchina e lei prende una strada diversa, non stiamo andando verso la stazione: “Mamma, dove mi porti?”
“Taci, tu”
Sbarchiamo di fronte al bar. E mia mamma fa “Stella, il barista è un figo pazzesco, alto, atletico, un po’ vecchio come piacciono a te. Vecchio, eh, ma ben tenuto. E secondo me è pure single, mica c’ha la fede”.
Inutile ribattere che il fatto che non sia sposato non significa che non abbia una donna: mi lancia dentro il bar. Ordino il cappuccio, lui mi mette il cacao sopra.
Chiaccheriamo del più e del meno, io sono gentile, la mamma sfodera un sorrisone da coccodrillo e blatera, mi sento una mucca in vendita.
Finita la colazione, il barista figo mi guarda “Allora, vai a scuola oggi?Hai qualche interrogazione???”
Io resto in ascolto, attonita. “A scuola??No, non vado a scuola. Ho 30 anni, vado al lavoro”.
Lui impallidisce: “Non dimostri l’età che hai, complimenti!”
Traduzione: sono secsy come una patata lessa.
Attenti al lupo?
Mamma, sai, mi hanno violentata. Una bugia. A sedici anni avere paura di ammette di fare sesso e imbastire una menzogna, figlia del razzismo, dei luoghi comuni e dell’incoscienza. Che famiglia ha questa ragazza? Poliziotti, controllori. E’ dura avere sedici anni, conquistarsi gli spazi di un’autonomia adulta. Fossi nei genitori mi sentirei un fallito.
Certo, lei non aveva idea di quello che avrebbe provocato. Un’incendio, le fiamme, un pogrom moderno. Abbiamo avuto i campi di sterminio e le Giornate della Memoria. Non è servito a niente. Gli squadristi hanno attaccato perché “quelli li rubano, violentano e se ne devono andare”. Sia chiaro, non sono la paladina degli zingari, so che la convivenza è difficile. Ma allora li bruciamo? Non sono uomini e donne, anche loro, come noi?
In un altra città un uomo prende la pistola per ammazzare i senegalesi, quali che siano. Una strage in cui perdono la vita due persone. Ho letto un commento alla notizia sul blog di Ravasi “Ma i due stranieri erano immigrati regolari?”. Che importanza ha? Non siamo immigrati anche noi, irregolarmente, molte volte e in molti Paesi?
C’è da stare attenti. Ma non agli stranieri.
Il bon ton del sedile
Le vie della lite sono infinite. Ci si può menare per il carrello rubato al supermercato, perché qualche furbone cerca di saltare la fila in posta e pure in aereo, sappiatelo. Un pilota è stato costretto a fare dietrofront, retromarcia, a tornare indietro perché due passeggeri si sono pestati… proprio a causa di un sedile troppo reclinato.
Ora, io mi domando, ma che c’abbiamo noi umani a volte? Le pigne nel cervello? Ammetto riconosco e capisco che a volte sopravvivere a certi viaggi può essere diffiicile. L’ultima volta che io ho preso l’aeromobile veniva giu il diluvio universale (viaggio così poco che quando lo faccio scateno le tempeste) ed ero proprio in cima alla scaletta, bagnata. E quella che mi precedeva si è girata verso di me, ha aperto l’ombrello e lo ha scrollato, infradiciandomi definitivamente mentre mi diceva “Eh scusi eh”. E poi ci sono i bambini urlanti. E poi ci sono i sedili strettissimi, un invito all’anoressia. E poi magari non mancano pure le turbolenze. Io capisco tutto.
Ma tu, tu, infame passeggero, non puoi sollevarlo un poco sto sedile? Non vedi che hai il crapino poggiato sulle sue ginocchia? E tu, tu che ti incazzi per il sedile. Capisco che siamo tutti nervosi ma la mamma non te lo ha insegnato che le mani addosso non si mettono eh? E adesso cosa facciamo, che a destinazione non ci sei arrivato ma sei tornato indietro eh? Non sarebbe stato meglio avere un poco di pazienza in più?Eh.
Uomini, animalini strani.
Io, quella dello sport ipotetico
Ci sono almeno tre tipi di sportivi: gli sportivi sportivi, i non sportivi, e gli sportivi ipotetici.
Gli sportivi sportivi fanno sport, comprano abbigliamemento tecnico che poi utilizzano, frequentano palestre e infilano molto spesso scarpe da ginnastica.
I non sportivi sono i pigri dichiarati, quelli che hanno il coraggio di dire “a me fare fatica non me piace”. E ci vuole coraggio in questi anni del 2000, quando se hai la quarantasei quasi quasi sei grassa, quando il fisico asciutto è quasi un dovere, come l’ascella profumata (Sia chiaro, l’ascella profumata è un dovere morale verso la collettività intiera).
Io sono una sportiva ipotetica. Ogni anno mi dichiaro pentita della mia costante immobilità e prometto di redimermi. E allora mi lancio in progetti e sogni ad occhi aperti: potrei fare il corso di pilates, potrei iscrivermi a nuoto, un anno addirittura ho immaginato di poter correre, la mattina appena sveglia (alle 5.30).
A volte addirittura cerco di uscire dal mondo delle ipotesi e mi iscrivo: mi metto in fila dal medico per il certificato (40 euri, con mastercard), mi metto in fila in palestra per l’abbonamento (60 euri al mese, con mastercard) e tante volte mi infilo pure in un negozio di abbigliamento (40 euri, con mastercard), perché serve la tutina giusta, no?
Il risultato?Il risultato è che disertare non ha prezzo! Mi impegno, parto bene ma dopo poco, appunto, diserto: “Ho fatto tardi al lavoro”…. “Sono stanca”… “Ho mal di testa”….”Venere è in trigono con Urano, gli astri mi sono contro”…
Sono un caso senza speranza. Ma quest’anno, pensavo, potrei provare GAG, la ginnastica per gambe, addominali e glutei!
Sono una donna fatta di kylobite
Leggo i giornali online, mi sono iscritta a un corso di inglese su internet, parlo con gli amici su Facebook, organizzo i viaggi col telefonino, toso la mia erba virtuale della casa del Sims, scrivo il mio diario sul blog….
….Si può proprio fare tutto con questo computer! O no?
Ciao, io parlo con le piante.
Ho una nuova amichetta e sono pazza. Ho una nuova amichetta che si chiama Adele e sono pazza perché la mia amichetta è una pianta e io, che non mi faccio mancare niente, parlo con le piante. L’ho trovata oggi e l’ho piazzata sulla mia scrivania, in bella vista e ben illuminata. Qui nella foto la potete ammirare delicatamente posata sulla mia sedia, ma la collocazione è dovuta solo allo shooting fotografico, non l’ho schiacchiata con il mio culone, uccidendola, vive ancora, per ora.
Io parlo con le mie piante da ufficio, si. Sono due casi penosi. C’è Lazzaro, l’orchidea rediviva. Era in punto di morte quando me l’hanno affidata e io sulle prime ho sbuffato di fronte a quel relitto vegetale. Ma poi, si sa, dentro di me alberga uno spirito che si appassiona alla disperazione: non potevo fare altro che amarla. Mesi e mesi di cure ed è tornata ad avere ben quattro foglie verde brillante. Accanto a lei giace la Cosa. La Cosa è un’altra orchidea, cioè, un agglomerato di fogliame che forse in una vita precedente poteva essere un’orchidea. E’ stata la mia collega, la Biondona, ad affidarmela. Me l’ha fatta trovare davanti alla scrivania con un cartello “Ti prego, salvami”.
E io parlo con loro, le coccolo e gli racconto un sacco di cose. Le piante hanno molte virtù che noi umani non abbiamo, donano gioia e se le tratti bene ti ricompensano, a modo loro. Parlare con loro mi soddisfa proprio.
Lo so… dovrei farmela qualche domandina sulla mia salute mentale.
Ospedale.
La questione è sempre la stessa, senti la paura non appena arrivi, mescolata all’odore di disinfettanti e medicine. Un ascensore vecchio, che si ferma a tutti i piani, una via crucis meccanica lentissima. Sorrido a chi mi sta accanto.
Un giorno senza sorriso è un giorno perso
Mi guardo ai piedi e le ciabatte gialle non ci sono più, ho le scarpe, è un altro ospedale, sono solo in visita, ma la paura è la stessa. Alle sette il carrellino con la cena.
“Ma avevo chiesto il purè”
No, signora, non lo ha segnato sul menu”
“E invece si”.
“Le dico di no”.
“Le ho detto di si”.
Ma daglielo sto cucchiaio di purè, che sarà mai, il nostro Cav. va a puttane, l’Italia con lui non sarà mica un po’ di patata liofilizzata a mandare in rosso il bilancio dell’azienza sanitaria locale.
Sono in piedi con la mia rosa in mano.
“Ciao”.
“Come sei bella, come sei stanca. Ma preghi?”. Sorrido, di nuovo, sfinita e replico “Le persone normali mi chiedono se mangio, sai”.
“Prega, Stella, prega, che da una come te deve nascere qualcosa di buono”.
“Davvero?Deve? “
Rispondo così, male e di fretta. Mi chiudo in un sorriso tranquillo. Sono bravissima a sorridere se necessario, prendo qualche secondo di silenzio e penso.
Deve nascere qualcosa di buono da me?E che cosa?Cosa devo fare?Come devo fare io ora? C’è silenzio.
Sposto lo sguardo da dentro di me a fuori da me e la vedo, che mi sorride a sua volta. Eccola qui la mia benedizione, il suo viso pulito e stanco assegna il giusto valore alle cose.
“Che vita ho fatto, sempre a lavorare”.
“Non appena sarai uscita da qui festeggeremo tantissimo”.
Uscendo mi domando chi di noi sia quella malata.
A me mi piace la Danimarca
- I danesi vanno in giro nudi, biotti e scosciati. Cioè, quando noi pensiamo che fa così freddo che l’assideramento è vicino, quando noi, popolo di poeti e navigatori, per sopravvivere ci infognamo dentro piumini e cappotti, avvolgiamo le nostre estremità sotto guanti e calze, desideriamo ardentemente babbucce & mutandoni di lana, loro zompettano in giro con maglioncini leggeri, maniche corte, e preferibilmente, con microshort inguinali che noi infileremmo forse solo come copri costume e sarebbe comunque corti.
- I danesi sono gnocchi. Un popolo geneticamente portato alla figaggine. Tanto che io che non sono bionda ma bruna, non ho gli occhi azzurro mare ma … marrone… ca…stagna sono stata colta da simpatici complessi di inferiorità e ho passato ore e ore a ripetermi “ma in fondo tu sei simpatica”… “ma in fondo tu sei simpatica”…
- A Copenhagen hanno il ponte dei sospiri di Venezia, il David di Firenze, le bici e i canali di Amsterdam, il sushi giapponese e la crema allo yogurt greca, le guardie col cappello gigante e peloso di Londra…non si fanno mancare niente!
- A Copenhagen l’acqua non è potabile, c’è la birra. Ettolitri ed ettolitri di birra,rossa, scura, bionda… E se fa freddo ci sono amari composti da erbe magiche che “infiammano l’esofago che è una meraviglia” (Lo dice Stella, neo alcolista anonima!)
- A Copenhagen le feste di Natale cominciano ai primi di novembre. E nel modo più bello… brindando con la tipica birra di Natale! Io adoro questi danesi!
- A Copenhagen fa freddo e viene buio presto ma i locali sono pieni di gente e fuori ci sono i fungotti che scaldano e anche… le copertine da mettersi addosso! Quanta tenerezza!
- Il simbolo della città è l’elefante, vai a capire perché. Ma ci sono anche cuori ovunque, sulla bandiera, sulle monete, sul portone del Municipio… ripeto, quanta tenerezza!
- In Danimarca i matrimoni sono un po’ porno. Nel senso che le spose indossano dei vestitini cortissimi, trasparentissimi e sono molto poco vestite. Per la serie: perché aspettare fino alla prima notte di nozze, eh?
- In Danimarca si mangiano cose buonissime, tipo il burro, capito, il burro è strabuono, e giallino e salato. Anche le aringhe sono salate. Specialità del luogo è pure la liquirizia salata. Una volta che avrete assaggiato la liquirizia salata non potrete farne a meno. E poi fanno delle polpette sbav, e mille miliardi di tipi di tartine diverse, e il salmone è strabuono, e ci sono anche le zuppe ma non le ho provate perché per me con la birra non stanno tanto bene, ho provato i biscotti, quelli si, e le patate… sbav. Si, a casa mia mi danno da mangiare.
- Nei castelli danesi fare la cacca era un problema, soprattutto nella stagione secca.
- A Copenhagen i bambini si fanno da soli gli orsi di peluche.
- A Copenhagen si va in giro a piedi o in bici e se non attraversi sulle strisce pedonali ti multano
- Sui treni c’è una “zona silenziosa” dove, appunto, si tace per permettere a chi lo desidera di ronfare il libertà
- La prima domenica del mese i trasporti pubblici sono gratis… paghi solo la prima corsa!
- I bambini hanno spazi dove poter giocare, con tanto di cartello che rappresenta dei pargoli che corrono dietro ad una palla.
- I negozi chiudono alle sei e ciao, i musei sono aperti da mezzogiorno alle quattro o cose così.
A me mi piace questa Danimarca!
cara befana
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Cara befana,
scrivo a te invece che a babbobatale perché secondo me quello lì è inflazionato, sommerso da richieste di regali assurdi. Da letterine smozzicate di bambini rompipalle. Da liste della spesa di avidi incontentabili. Da legittimi desideri di infiniti sognatori. E perché a babbonatale ho chiesto un sacco di roba, e non mi ha filato di pezza. E poi, come dire, tra donne ci si capisce. Cara befanina bella (Nooo, non ti sto adulando non mi permetterei mai).. beh.. dicevo, cara befanina bella, fammi un regalo per cortesia.
Voglio un uomo. Ma non un uomo qualsiasi, un uomo che mi ami. Spiego meglio. Non un uomo che mi porti a letto e stop, voglio un uomo che abbia il coraggio di prendermi così come sono (N0, befana, non sto dicendo che voglio fare sesso adesso, così, alle brutte, sulla scrivania). Voglio un uomo che non abbia paura di amarmi, così come sono, pacchetto completo. Che non sia proprio scemo, che realizzi con me qualche bel progetto, che mi abbracci se ho paura, che non se la prenda se non chiudo sempre il tappo del dentifricio, che sia orgoglioso di me e felice di avermi accanto.
Voglio un uomo con cui ridere, in cui specchiarmi e perdermi. Insomma, Befanuzza, voglio un Uomo con la Maiscola.
Per un uomo così mi impegno a fare la ceretta sempre, a cucinare senza avvelenare nessuno, per un Uomo così potrei avere un impeto di follia e mettermi a stirare le camicie senza fare i plissè sulle maniche. A un uomo così se mi chiede “Stella, lo facciamo un figlio?” risponderei “Si, e vorrei che avesse i tuoi occhi”. Tra le braccia di un uomo così mi sentirei al sicuro. Per un uomo così io, stella di cartone, potrei staccarmi da questo cielo di polistirolo e cadere giù senza fifa.
Che dici, me lo fai questo regalo, eh?? E per cortesia, non mi rifilare la scusa che se ci fosse un uomo così tu saresti un po’ meno acida e un po’ meno zitella e di certo non passeresti le nottate a cavallo di una scopa.
abbracciami.
Il silenzio mi spaventa. Non sono abituata a gestirlo, sono sempre sommersa da cose da fare, da voci e da ordini. Il silenzio è uno spazio bianco in cui emergono, ad una ad una le mie mancanze. Sono imbranata. Insicura. A volte ansiosa.
Il silenzio fa paura soprattutto la notte, quando mi sveglio e sono sola, circondata dai miei fantasmi. Li scaccio con un bicchiere d’acqua e un libro.
Se tu fossi qui saresti fiero di me. Vado avanti sulla strada che ho tracciato, anche se costa fatica. Un passo alla volta, piano piano, perché al buio non si vede e quindi al buio non si corre. Tiro diritto anche se zoppico.
Ho paura. Ho paura per te, chissà come stai, e per me. Come faccio adesso? Non so tornare indietro, non ricordo più la strada. E quello che vedo davanti a me non mi piace.
Per favore, abbracciami.



